COME FACCIO A SPIEGARE A QUALCUNO CHE SCRIVERE È UN LAVORO?
Come faccio a spiegare a qualcuno che scrivere è un lavoro?
Questa è una domanda che chi fa il mio mestiere, se l’è posta almeno una volta nella vita. Non che sia obbligatorio spiegarlo necessariamente, ma arrivati a un certo punto viene proprio voglia di farlo.
Sui genitori e parenti, metteteci una croce sopra. La maggior parte di loro non capirà, almeno quelli che come me hanno i genitori di un’altra generazione, forse anche di due generazioni fa.
Una volta fatto pace e capito che con la famiglia la battaglia è persa, concentratevi sul resto del mondo.
Chi lavora con la creatività lo sa bene: quando non si producono che idee, così eteree, impalpabili, volatili e gassose, spesso non si riesce a dimostrare che il nostro è un lavoro. Non facciamo collane, scarpe, mobili o abbiamo un negozio di qualcosa. Quindi rimettetevi il cuore in pace anche con loro, tanto non servirà. Non capiranno.
Capito questo, passate allo step successivo: prendiamo chi il nostro lavoro creativo lo fa per hobby o per passione (scrittori, dj, musicisti, cantanti, copywriter e tantissimi altri). Senza entrare nel merito della meritocrazia o degli ingaggi sempre più miseri, visto l’enorme quantità di “artisti” disposti a qualsiasi tipo di compromesso, vi dico felicemente: lasciate perdere. Anche con loro, battaglia persa. Loro arrotondano, si divertono, lo fanno per guadagnare qualcosa in più o per svago e proprio non gli interessa nulla. Molti hanno un lavoro fisso che permette una vita tranquilla e sono disposti ad azzardare solo una piccola percentuale di rischio. Come i pacchetti azionari prudenti. Quindi cercare di convincere molti di loro (almeno quelli con bassissime qualità creative o di tecnica) è impresa impossibile. Lasciate perdere.
E quelli che fanno il nostro stesso mestiere? Sono nella vostra situazione, loro lo sanno bene ma tra chi si lamenta (e sono tantissimi) e chi si loda paventando miliardi di lavori a destra e sinistra, si rischia di cedere al mugugno facile o all’invidia logorante con senso di inadeguatezza e depressione annessa. Quindi procediamo.
Digerito questo, proviamo a convincere lo Stato, l’immenso mondo delle Partite Iva e dei tecnici dell’economia spiccia, ma onestamente, lo sconsiglio, non se ne esce.
Ma allora chi rimane da convincere? Ve lo siete chiesti? La risposta pare ovvia. Pensateci. Chi ci rimane?
Resti tu! Noi ci dobbiamo convincere tutti i giorni che questo è il nostro lavoro, anche quando non si fattura, anche quando le fatture non ce le pagano o ci mettono 6 mesi a saldarle o non entra un lavoro manco a pagarlo tu. Ci dobbiamo convincere tutti i giorni che siamo sulla strada giusta e che non esiste un piano B, che non c’è un lavoro paracadute, che non riusciremmo a fare altro. Che dobbiamo provarci ogni maledetto giorno. Il perché non lo so, ma sento che c’è ed è immenso.
Personalmente io cerco di non tradire il bambino per l’uomo, di non tradire me stesso facendo cose che non mi piacciono. Non è detto che sia solo una questione creativa, tutti i lavori sono così, anche l’artigiano, l’economista o il farmacista.
E se sei abbastanza convincente con te stesso ogni mattina, allora alza la testa con orgoglio e almeno per un giorno, quella maledetta domanda, la smetterà di picchiettarti in testa.
nel BlackBlock, una stanza allestita appositamente per i fotografi, con gradini alti tipo spalti, da cui possiamo immortalare attori e registi per le varie riviste. E così mi ritrovo di fronte ad una sfilza di attori che ho sempre adorato, pronti a guardare nell’obiettivo per noi. Fotografo Winona Ryder, Joaquin Phoenix, Robert Redford, Philip Seymour Hoffman, Michael Shannon, James Franco, Pierce Brosnan e ovviamente Shia LaBeouf, che quando arriva sul BlackBlock non c’è modo di farlo sorridere. Che serio! Mica è un funerale! Tutti i fotografi ad urlargli “Smile please!”, ma niente. Arriva la sera, tutti i fotografi, me compresa, si ritrovano disposti lungo il Red Carpet divisi a metà su entrambi i lati. Arriva la sfilata di attori e registi, e di nuovo li immortaliamo e urliamo i loro nomi sperando che guardino nel nostro obiettivo e ci regalino qualche espressione interessante, unica.
E poi passano gli anni, più o meo 20, e dal Friuli, mi ritrovo a vivere a Milano. E accade un giorno, che. Mi trovo in un ristorante minuscolo in zona Bovisa, che nel tavolo accanto al mio vedo seduti proprio loro: Ale e Franz! Un colpo al cuore!!! Però non volevo fare quella che si alzava per andare a chiedergli un autografo…mi sembrava una cosa priori fuori moda 😉